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Ballerini iconici della danza contemporanea: le scelte che hanno cambiato il loro stile

📅 24 Agosto 2026✍️ di Roberto Ferracini⏱️ 5 min di lettura

I grandi ballerini non cambiano stile per capriccio: lo fanno quando una scelta diventa inevitabile. A volte è un incontro folgorante, altre una ferita che costringe a ripensare tutto. Se insegni, provi o semplicemente ami il palco, lo sai: il corpo è una mappa che si riscrive a ogni decisione. Oggi ti porto dentro alcune traiettorie emblematiche, quelle che hanno aperto strade nuove nella danza contemporanea e ci insegnano come cambiare senza perdersi.

Guardarle da vicino fa bene anche a noi che alleniamo i passi tra una sala prove e una palestra di quartiere: funziona come quando cambi strada per evitare il traffico e scopri un viale alberato che non avevi mai notato. Quelle deviazioni diventano la via maestra.

Quando il virtuosismo fa un passo indietro: Sylvie Guillem e la sottrazione

Sylvie Guillem era l’emblema della perfezione classica. Poi, al culmine, ha spostato l’asse. La sua scelta di lavorare con coreografi come Akram Khan e Russell Maliphant ha ridotto l’esibizione del virtuosismo a favore dell’essenzialità. Meno salti, più respiro. Ti suona controintuitivo? Eppure ha funzionato: è come togliere ingredienti a un piatto per farne emergere l’aroma vero.

Questa virata le ha permesso di mostrare un’altra qualità: la fragilità decisa. Non un cedimento, ma un diverso modo di occupare lo spazio. Se sei cresciuto a placés e linee perfette, magari temi che la sottrazione ti tolga potenza. In realtà te ne restituisce: togliere non significa impoverire, significa focalizzare.

Akram Khan: radici, ritmo e il coraggio di piegare la tradizione

Akram Khan ha scelto di mettere in corto circuito il kathak e il contemporaneo. Non un collage, ma un travaso continuo. La sua decisione chiave? Trattare il ritmo come materia drammaturgica. In scena la gamba non segue la musica: la crea. È un’idea semplice e radicale, come quando conti le scale a due a due e ti ritrovi in cima senza accorgertene.

Con lavori come DESH o XENOS, Khan ha usato la memoria come motore fisico. Il gesto diventa racconto, il racconto diventa peso sulle ossa. E quando il corpo gli ha chiesto di rallentare, ha accettato un nuovo ruolo: più autore, meno interprete. Questa è un’altra scelta che cambia stile senza clamori, ma con effetti profondi.

Ohad Naharin: lasciare il controllo per trovare il corpo

Ohad Naharin ha trasformato un limite in linguaggio creando Gaga, una pratica che smonta la disciplina dall’interno. La scelta fondativa? Spostare l’attenzione dalla forma all’ascolto. Non “devi tenere la gamba a 90°”, ma “senti dove la gamba vuole andare oggi”. Sembra filosofia spicciola, invece è biomeccanica emotiva.

Il risultato è una presenza scenica che non chiede permesso. Nel repertorio della Batsheva, il corpo si apre a logiche imprevedibili: cade, ondeggia, scivola come acqua che trova la sua via tra le pietre. Se insegni a ragazzi inquieti, lo vedi subito: appena molli la richiesta di controllo totale, spunta un’energia nuova. È la stessa idea che muove tante jam di Contact improvisation: il dialogo col peso, più che con lo specchio.

Sidi Larbi Cherkaoui: la scelta del dialogo come coreografia

Sidi Larbi Cherkaoui ha fatto dell’incontro la sua tecnica. Monaci shaolin, cantori corsi, ballerini hip hop: ogni collaborazione è una scelta di porosità. La coreografia diventa una conversazione a più voci. Cosa c’entra con lo stile? Tutto. Se ti apri, il tuo vocabolario cresce per contagio.

Opere come Sutra mostrano che il dispositivo scenico – casse di legno, geometrie mobili – può essere il partner invisibile del danzatore. È una lezione pratica: allena il dialogo e ritroverai equilibrio anche nel caos. Funziona come una jam ben riuscita: ti affidi al compagno di turno e il passo giusto arriva da sé.

Crystal Pite: perfezione a servizio della crepa

Crystal Pite nasce nella fucina della precisione, poi decide di incrinare il cristallo. La svolta? Mettere la vulnerabilità al centro dell’architettura. In Betroffenheit, la danza scava un trauma personale e lo rimodella in polifonia fisica. Il gruppo non è più cornice: è organismo, coro, respiro collettivo.

Questa scelta le ha dato un marchio: l’incastro perfetto delle masse che si muove però per raccontare la frattura, non la geometria. È come un’orchestra che cambia accordatura per restituire un’emozione più scomoda ma vera. Se sei abituato a contare “otto” nitidi, prova a sporcarli: magari lì dentro trovi la tua firma.

Italia, palchi vivi: quando la città influenza il corpo

Nel nostro Paese le svolte nascono spesso nelle pieghe tra palcoscenico e piazza. Pensa a Silvia Gribaudi, che ha scelto l’ironia per ridisegnare l’idea di presenza scenica, o a Virgilio Sieni, che ha intrecciato gesto e comunità con progetti partecipativi. Non è folklore: è politica del corpo, nel senso più pratico del termine.

Tra Modena e Bologna vedo ragazzi che arrivano dall’urban e si mettono a costruire frasi di floorwork come se fossero beat. La loro decisione cruciale? Non rinnegare l’origine. Portano la strada in sala, e la sala in strada. Quando poi questi lavori transitano in festival come la Biennale di Venezia, l’ibrido smette di essere eccezione e diventa sistema.

Ferite, collaborazioni, dispositivi: tre leve per cambiare

Dietro ogni svolta c’è spesso un innesco molto concreto. Tre, in particolare, ritornano nelle storie dei grandi interpreti.

  • La ferita utile: un limite fisico obbliga a ricalibrare il gesto. Tagli il superfluo, trovi il necessario.
  • L’incontro spiazzante: una cultura, un artista, una pratica nuova entrano nel tuo lessico. Non copi: traduci.
  • Il dispositivo scenico: oggetti, luci, voci in campo ti costringono a ripensare spazio e tempo. Cambia il contesto, cambia il corpo.

Se ti stai chiedendo “da dove comincio?”, inizia piccolo: una regola per allenarti questa settimana (ad esempio “oggi danzo senza specchio”), un invito a un artista che non conosci, un oggetto in scena che ti cambia la direzione. È come fare decluttering dell’armadio: tieni ciò che ti sta addosso e lascia andare il resto.

La bussola del presente: scegliere per restare vivi

La contemporaneità non è uno stile, è un modo di stare nel tempo. Guillem ha scelto la sottrazione, Khan l’ibridazione ritmica, Naharin l’ascolto radicale, Cherkaoui il dialogo, Pite la crepa emotiva. Non c’è gerarchia, c’è coerenza. La loro grandezza non sta nell’aver inventato passi “nuovi”, ma nell’aver dato alle scelte un peso scenico leggibile e ripetibile.

E tu? La prossima volta che senti il tuo linguaggio irrigidirsi, prova a fargli una domanda semplice: cosa posso togliere, con chi posso parlare, quale limite posso trasformare in strumento? Il corpo saprà rispondere. Noi dobbiamo solo trovare il coraggio di ascoltarlo e, ogni tanto, cambiare strada.

Roberto Ferracini

Roberto ha danzato in numerose compagnie locali tra Modena e Bologna prima di dedicarsi all’insegnamento della danza moderna a giovani adolescenti. Appassionato di storie di palcoscenico, cura laboratori coreografici urbani e da anni organizza jam session di contact improvisation in parchi cittadini.

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