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Voguing: quali sono le sue radici e perché oggi è considerato arte a tutti gli effetti

📅 15 Agosto 2026✍️ di Matteo Pignatelli⏱️ 5 min di lettura

Il voguing è uno di quei fenomeni culturali che affascina chiunque lo osservi per la prima volta. Quando vedi un ballerino voguire – con quei movimenti angolari, geometrici, quasi scultorei – comprendi immediatamente che stai guardando qualcosa di profondamente radicato nella storia e nella ricerca di identità. Eppure molti lo scoprono solo grazie a una clip virale o a una performance in televisione, senza conoscere le vere origini di questa arte. Da anni lavoro con comunità di ballerini tradizionali, e mi è capitato di recente di confrontare le radici del voguing con quelle della tarantella: due forme di movimento completamente diverse nei passi, ma sorprendentemente simili nella funzione sociale di liberazione e ribellione che hanno sempre rappresentato.

Le origini nel Harlem degli anni Ottanta

Il voguing nasce a Harlem, a New York, negli anni Ottanta. Precisamente, emerge dalle ball – i famosi balli competitivi dove ragazzi e ragazze afroamericani e latinoamericani si sfidavano in categorie diverse. Non era danza nel senso accademico del termine: era linguaggio di resistenza. Durante il periodo dell’epidemia di AIDS, quando la comunità LGBTQ+ veniva emarginata e stigmatizzata, queste ball rappresentavano spazi sicuri dove reinventarsi, dove l’identità era fluida e il corpo diventava tela di espressione radicale.

Il nome stesso “voguing” viene dal riferimento a Vogue, la rivista che rappresentava eleganza e potere. I ballerini voguevano mimando le pose studiate delle modelle, ma trasformavano questa mimesi in qualcosa di completamente nuovo. Erano mossa, sfida, riscatto. Ho visto questo stesso meccanismo nei balli tradizionali del Sud: la tarantella non era solo danza, era modo di dire ciò che le convenzioni sociali impedivano di verbalizzare.

La figura della “house mother” e la famiglia voguing

Quello che sorprende chi approfondisce il voguing è la struttura comunitaria che lo sorregge. Non esistono “scuole” nel senso tradizionale, ma “house” – famiglie di ballerini guidate da una figura centrale, la house mother. Questi personaggi hanno insegnato il voguing preservando al contempo il ruolo di mentore, creatore di spazi di appartenenza per ragazzi spesso senza famiglia.

Ho avuto il privilegio di incontrare una house mother durante uno stage estivo in un borgo rurale della Campania. Mi raccontava di come il suo ruolo fosse esattamente quello delle donne anziane che tramandavano la tarantella: trasferire conoscenza, creare comunità, dare significato ai movimenti. Il voguing, come la tarantella, non era mai sola performance, ma atto collettivo di costruzione identitaria.

Le house sviluppavano stili propri. La House of Omni, la House of Saint Laurent, ognuna con caratteristiche riconoscibili. Questo è fedele alle tradizioni coreutiche di qualsiasi comunità: ogni centro ha la sua versione, riconoscibile dai passi specifici e dal ritmo.

Dal club alla galleria d’arte: il riconoscimento ufficiale

Quello che rende il voguing affascinante dal punto di vista artistico è stata la sua evoluzione dalle ball ai palchi mainstream. Negli anni Novanta, il voguing entra nei video musicali, nelle performance televisive. Madonna lo porta al grande pubblico nel 1990 con “Vogue”, uno step che genera controversia ma anche legittimità. Allo stesso tempo, coreografi e artisti iniziano a integrare i movimenti vogueing nelle loro creazioni.

Ma il vero turning point arriva quando il voguing entra nelle istituzioni culturali. Musei, teatri lirici, festival internazionali cominciano a commissionate performance di voguing come forme artistiche legittime. Nel 2019, la Paris Fashion Week dedica spazio ai ballerini voguing. Nel 2023, il Museum of Modern Art di New York dedica una retrospettiva alla storia delle ball.

Quando ricevo lettere da giovani che mi chiedono “come far riconoscere ufficialmente una danza come arte?”, sempre rimando all’esempio del voguing: non è l’accademia che lo legittima, ma la continuità della pratica, la comunità che lo mantiene vivo, e infine il riconoscimento che arriva naturalmente quando l’establishment comprende che sta guardando qualcosa di inarrestabile.

Il voguing non è un trend, è Patrimonio culturale immateriale

Qui bisogna essere chiari: il voguing rappresenta un caso di patrimonio culturale che non nasce dall’istituzione, ma la raggiunge. Non è come la tarantella, che ha secoli di storia documentata. Il voguing è storia contemporanea che si sta scrivendo mentre parliamo, eppure ha già cambiato il modo in cui guardiamo la danza.

Un errore frequente è considerare il voguing come una “moda di danza”. Chiunque frequenti veramente la community scopre che è tutt’altro: è sistema di creazione culturale complesso, con regole interne, innovazione costante, e profondità emotiva. Ogni ballerino che entra in un voguing battle sa di entrare in una conversazione che ha quarant’anni di storia.

Ho condotto stage estivi in borghi italiani dove i giovani, affascinati dal voguing, cercavano di contaminarsi con la tarantella. I risultati migliori arrivavano quando comprendevano che entrambe le forme non hanno senso se separate dalla comunità che le produce. La tarantella senza la piazza non è tarantella, il voguing senza la ball non è voguing: sono solo movimenti.

Perché oggi è riconosciuto come arte vera

Il voguing è arte a tutti gli effetti perché soddisfa i criteri essenziali: innovazione continua, capacità di muovere emozioni, radicamento in una comunità viva, e la possibilità di evolvere senza tradire le origini. Quando vedo una battle moderna, noto movimenti che non esistevano vent’anni fa, ma l’essenza della sfida, della liberazione attraverso il corpo, resta intatta.

La contemporaneità del voguing è il suo grande valore. Mentre la tarantella rimane specchio del passato – bellissimo, ma passato – il voguing è specchio del presente. Parla di identità fluida, di spazi che le comunità creano per se stesse quando lo spazio ufficiale le esclude, di trasformazione e resistenza oggi.

Consiglio a chiunque voglia comprendere davvero il voguing di frequentare una ball vera, non una performance professionale. Vedrete la differenza: è il contrario di quello che accade guardando una tarantella filmata rispetto a viverla in piazza. L’artista vogueing non sta facendo spettacolo per voi; vi sta accogliendo in uno spazio dove la danza è conversazione, sfida, gioco, riscatto.

Questo è quello che lo rende arte, non i riconoscimenti istituzionali che giustamente stanno arrivando.

Matteo Pignatelli

Matteo vanta più di trent’anni di esperienza nella danza popolare italiana, con una predilezione per le tarantelle del Sud. Ha curato stage estivi in borghi rurali e insegna balli tradizionali anche a festival internazionali, raccontando le storie dietro i passi.

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